Cosa Sono Gli Asana Nello Yoga?

Se avete intenzione di intraprendere questa disciplina, ne sentirete parlare spesso: vediamo insieme cosa si intende per asana e quali sono i loro benefici.

cosa sono gli asana nello yoga
INDICE
  • La parola Asana deriva dal sanscrito e ha il significato di “sede”: per antonomasia indica la postura seduta, che è la classica per la meditazione. Successivamente è stata utilizzata in riferimento alle posture usate nei vari tipi di yoga, dall’Hatha al Bikram.
  • Oggi viene impiegata come suffisso, per indicare una posizione durante la pratica, un elemento molto importante perché aiuta a mantenere sano il corpo, veicolo dell’anima.
  • Grazie agli asana, si aumentano la flessibilità e la forza, stimolando i sistemi fisiologici, come la circolazione, la digestione, il sistema immunitario e quello nervoso.

Singificato del termine

Delineato negli Yoga Sutra di Patanjali, una raccolta di discorsi compilata da questo saggio nel 400 d.C. circa, viene a far parte di ciò che diverrà la base per la filosofia yoga classica. In particolare, il Sutra 2.46 stabilisce quali siano le caratteristiche che si debbano avere per praticare correttamente gli asana: “Sthira Sukham Asanam”.

In sanscrito “Sthira” vuol dire “forte” o “stabile”, mentre “Sukha” vuol dire “comodo” o “rilassato”, di conseguenza, l’asana è indicato come una via di mezzo tra la stabilità e la tranquillità.

Anche se gli Yoga Sutra si riferiscono solo alla postura ai fini della meditazione seduti, la descrizione qui presente degli asana calza a pennello con la pratica moderna.

Indipendentemente dallo stile di yoga, infatti, la posizione da assumere dovrà essere confortevole, per garantire un buon svolgimento della disciplina. L’obiettivo degli asana è quello di mantenere la spina dorsale eretta, così che l’energia fluisca liberamente durante la meditazione: la stessa cosa vale nella pratica, infatti la colonna vertebrale occupa la massima attenzione.

Vediamo allora come si è arrivati all’attuale uso della parola asana, quali sono i benefici apportati, se ci sono rischi, come usarli al meglio seguendo i metodi più in voga.

Storia degli asana

Partiamo quindi dall’idea che l’origine del termine “asana” era da collegarsi alle semplici posizioni sedute, eseguite dagli yogi esclusivamente per la meditazione. Si trattava di pose stabili e statiche, ma anche molto comode, con la finalità di focalizzare la mente e calmare i nervi.

Il progredire del tempo comportò la creazione di asana sempre differenti, fino a quando, nell’XII secolo, si ha uno dei primi testi di Hatha yoga, una branca dello yoga che combina movimenti fisici e tecniche di respirazione, ovvero il Gorakṣaśataka, che descrive asana, per la prima volta, non in posizione seduta.

Nel XV secolo arriva l’Hatha Yoga Pradipika, un testo a opera di Svātmārāma, nel quale vengono descritte 18 pose, nessuna delle quali è in piedi. Dobbiamo arrivare ai giorni nostri perché gli asana vengano brevettati in varie pose, anche in piedi, facendo così comprendere che non si tratta di una pratica statica ma in continua evoluzione.

Nel 1966 è BKS Iyengar, maestro e creatore dell’omonimo metodo, a descrivere nel suo libro Light on Yoga gli asana creati da Krishnamacharya, del quale era stato discepolo, molti dei quali erano in piedi.

Nel 1974 l’istruttore di yoga Dharma Mittra diede vita a un poster denominato “Ultimate Yoga Chart”, con un elenco di 908 asana, pubblicato poi come libro. Nel 2007 invece Bikram Choudhury, un guru americano di origini indiane, ha cercato di brevettare 130 asana, ma questo tentativo è stato bloccato dall’Ufficio brevetti degli Stati Uniti.

Quanti sono gli asana?

Da un punto di vista storico, testi e insegnanti hanno delineato un numero imprecisato di asana: i testi classici dell’Hatha yoga fanno riferimento a 84 asana insegnate da Shiva, una delle principali divinità dei Veda, i testi sacri dell’Induismo, dei quali i primi quattro sono indispensabili per raggiungere la perfezione spirituale.

Si tratta di Siddhasana, la posizione “perfetta”, Padmasana, o posizione del loto, Bhadrasana o Baddha Konasana, la posizione del trono, e Simhasana, la posizione del leone.

Secondo la Gheranda Samhita, uno dei testi più antichi relativi all’Hatha yoga, ci sono fino a 8,4 milioni di asana, ovvero uno per ogni creatura dell’universo.

Che differenza c’è tra un asana e un esercizio fisico?

La pratica dello yoga è una combinazione di stretching, respirazione e meditazione, con lo scopo di migliorare la salute, ridurre lo stress e aumentare la flessibilità e la forza: possiamo intenderla come meno di un allenamento e più un’esplorazione della connessione tra mente e corpo.

Gli altri esercizi fisici sono tutti concentrati sulla costruzione della massa muscolare e della resistenza, attraverso una serie di movimenti ripetitivi, e non usano il respiro in maniera consapevole.

Lo yoga, infatti, non è uno sport competitivo, ma è pensato per sviluppare la coordinazione, l’equilibrio e la concentrazione, attraverso un movimento controllato.

Scopi e vantaggi degli asana

La pratica moderna degli asana è tutta volta a far avere benefici a chi ne ha bisogno, tanto da essere usata come esercizio a basso impatto da preferire ad altre tipologie, anche in età avanzata.

Uno degli obiettivi è quello di prevenire le malattie e di promuovere un corpo sano, ma ciò su cui si concentrano maggiormente gli asana è la cura dello spirito: imparando infatti a disciplinare il corpo, anche l’energia e la mente vengono calmate.

Per essere ancora più precisi:

  • La pratica degli asana vuole aumentare la forza interiore e la concentrazione, per contrastare l’intensità di tapas, ovvero abbracciare l’austerità come professata negli Yoga Sutra di Patanjali, per raggiungere l’illuminazione.
  • Le posizioni yoga sono usate prettamente per controllare, purificare e coltivare il prana, cioè l’energia vitale che scorre attraverso i canali energetici del corpo, i chakra.
  • Con la pratica regolare si è volti a creare un equilibrio mentale, energetico e anche emotivo.
  • Gli asana sono utili a ridurre il cattivo karma ed evitarne l’accumulo: si tratta della classica legge della causa effetto, secondo la quale ciò che compiamo di negativo diventa un bagaglio che ci portiamo nelle vite successive, secondo la religione induista.
  • La pratica costante facilita l’esecuzione di pranayama, bandha e mudra, le tre pratiche di Hatha yoga, basate sulla respirazione e l’esecuzione delle posizioni, che aiutano a calmare e a dirigere l’energia nel giusto verso.
  • Tramite l’esecuzione degli asana, si esplora la mente conscia e quella inconscia attraverso i vari strati dei kosha, cioè i cinque involucri che rivestono la vera essenza dell’uomo. In questo modo si possono avere informazioni reali sulla propria natura e quella della realtà.

Nomi degli asana in sanscrito

La parola asana è usata come suffisso per indicare i nomi in sanscrito delle posizioni yoga: per esempio, il Trikonasana è caratterizzato dall’insieme di “trikon”, che vuol dire “triangolo”, e “asana”, appunto “posizione”.

Conoscere quindi il significato delle parole in sanscrito, può farci capire che posizioni dovremo eseguire, anche se alcune hanno più nomi in base alla tradizione yoga alla quale si rifanno.

Per fare un altro esempio, “eka pada” vuol dire “un piede”, il che ci fa presagire che un piede farà qualcosa di diverso dall’altro, oppure “parivrtta” vuol dire “girato”, per cui qui la posizione sarà abbastanza contorta.

Quanto sono importanti le asana nella tradizione yoga?

Se vogliamo guardare lo yoga nel complesso, gli asana sono solo una piccola parte di tutto l’insieme che questa disciplina ospita: parliamo di filosofia, tecniche e conoscenze che occupano molto più della semplice esecuzione delle posizioni.

L’obiettivo finale di questa disciplina è quello di unire mente, corpo e spirito, usando anche gli asana per raggiungere pace, autodisciplina e consapevolezza di sé: da sole, infatti, sono praticate nel mondo moderno ma, se seguiamo ciò che dice lo Yoga Sutra di Patanjali, rientrano in un percorso molto più ampio.

Come iniziare la pratica delle asana?

Se siete principianti, gli asana base sono indispensabili per qualsiasi tipo di yoga vogliate intraprendere. Esistono molte forme di questa disciplina, che possono andare incontro alle vostre esigenze: per esempio, l’Hatha yoga ha un ritmo lento, mentre il Vinyasa è più frenetico e stimolante.

Esaminiamo due metodi in particolare, il Vinyasa, appunto, e il Bikram, tra i più diffusi.

Bikram yoga e Vinyasa yoga

Il Bikram prende il nome da Bikram Choudhury, il suo fondatore e consiste in 26 posizioni, ripetute per due volte e rispettivamente per 60 e 30 secondi, a 40°C, per un totale di 90 minuti.

Per questa ragione prende il nome di “hot yoga” o “yoga caldo”, in contrasto al Vinyasa yoga, detto anche “flow yoga”, ovvero una pratica incentrata sul respiro e dalla durata di circa 60/75 minuti.

Bikram yoga attira molto chi ha intenzione di allenarsi con intensità, Vinyasa invece chi preferisce una disciplina più mite. Tuttavia, chi pratica quest’ultimo avrà maggiore forza e una migliore forma aerobica.

Le asana in Bikram yoga e Vinyasa yoga

Una sequenza di asana è caratterizzata da più posizioni messe insieme: nel Bikram yoga non si fa quello che, di solito, avviene tra un asana e un altro, ovvero una transizione, ma la si interrompe.

Nel Vinyasa yoga sono presenti delle sequenze variabili, che nello hot yoga sono invece fisse: per questo il primo è noto anche come “flow yoga” o “yoga del flusso”, proprio perché ci si muove da una posizione a un’altra usando il respiro.

Per questo motivo il Vinyasa yoga è ideale per chi vuole iniziare la disciplina e sfruttare tutto il potere della varietà degli asana, un po’ come lo Iyengar yoga che, però, aggiunge anche l’uso di oggetti, con lo scopo di agire con maggiore forza sul miglioramento di alcune posture.

La sequenza fissa, presente nel Bikram, è più facile da imparare, perché non ha variazioni, ma è abbastanza difficoltosa per i principianti, in quanto richiede già una buona conoscenza del proprio corpo.

Per quanto riguarda però la temperatura, ci sono recenti studi che sostengono che il Bikram yoga viene eseguito a una troppo alta, che potrebbe causare disidratazione e quindi anche problemi cardiaci, per cui è preferibile accertarsi di essere in buoni condizioni fisiche prima di intraprenderlo.

Vinyasa yoga è volto invece a riscaldare il sangue dall’interno, grazie ai movimenti dinamici dovuti a sequenze come il “Saluto al Sole”.

Abbigliamento e ambiente adatto per gli asana

Se per praticare Bikram yoga, certamente dovrete indossare un abbigliamento leggero, per non sovraccaricarsi con l’eccesso di calore, possiamo essere invece più liberi nel Vinyasa, quindi prediligere anche i pantaloni lunghi.

La scelta del tappetino deve essere fatta in base alla necessità di avere un elemento che ci àncori maggiormente al terreno: a volte può essere utile anche solo un asciugamano, ma meglio evitare il pavimento nudo, che può farci anche scivolare.

Per quanto riguarda la stanza, nel Bikram è da prediligere il silenzio, mentre nel Vinyasa può essere messa della musica in sottofondo, meglio se atta a farci concentrare e quindi ad aiutarci a eseguire meglio gli asana.

Conclusione

Gli asana sono essenzialmente le posizioni, che eseguiamo in sequenza, durante la pratica dello yoga.

Conoscere qualche termine in sanscrito può farci sia comprendere meglio quale parte del corpo andremo a impegnare, sia aiutarci a memorizzare alcune sequenze nelle quali ci sembra di eccellere.

Qualsiasi metodo scegliate, vi accompagneranno sempre, portandovi a migliorare il nesso corpo, mente e spirito. Buona pratica!

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